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Rudolf Steiner – Corso di pedagogia curativa – Prima Conferenza

Dornach, 25 giugno 1924

All’Istituto clinico-terapeutico di Arlesheim, ed anche a Lauenstein, abbiamo molti bambini che devono venire educati o, per quanto sia possibile, guariti da uno sviluppo rimasto incompleto. Ne abbiamo alcuni qui. Nel trattare gli argomenti che ci riguardano, tenderemo il più possibile alle applicazioni pratiche dirette. Grazie al fatto che la dott.ssa Wegman ci permetterà di vedere i bambini che si trovano qui ad Arlesheim per delle dimostrazioni (tra noi lo possiamo fare), saremo anche in condizione di esporre alcuni casi ad oculos.

Per prima cosa oggi vorrei parlare della natura di tali bambini.

È ovvio che l’educazione di bambini dallo sviluppo incompleto deve essere preceduta da una conoscenza effettiva della pratica educativa nei bambini sani. Chiunque voglia educare tali bambini se la deve procurare. Bisogna infatti rendersi conto che ogni manifestazione di sviluppo infantile incompleto o malato è osservabile in modo meno evidente anche nella vita animica cosiddetta normale, se solo la si esamina adeguatamente. In qualche angolo della vita animica di ognuno si nasconde una cosiddetta anormalità, per esempio una piccola fuga di pensieri o un’incapacità di dare la giusta distanza alle parole che si susseguono con troppo impeto nel discorso, o che viceversa permettono a chi ascolta di fare una passeggiata tra una parola e l’altra; irregolarità simili che possono manifestarsi anche nella vita di volontà e di sentimento e che sono percepibili nella maggior parte delle persone, anche se solo come tendenza. Dovremo ritornare su tali irregolarità perché devono essere considerate come sintomi da coloro che vogliono trattare con l’educazione o la terapia le irregolarità più grandi. In questo ambito bisogna studiare i sintomi come fa il medico che da essi riconosce le malattie, o che da un complesso di sintomi ha una visione d’insieme della patologia, senza mai confondere la sintomatologia con il contenuto sostanziale vero e proprio della malattia. 

Così anche ciò che si osserva nella vita animica del bambino dallo sviluppo incompleto andrebbe considerato solo come un sintomo. La cosiddetta psicografia in realtà non è altro che una sintomatologia. Se oggi la psichiatria si limita a descrivere le manifestazioni animiche abnormi della vita di pensiero, di sentimento e di volontà, significa che ha fatto progressi nella descrizione esatta dei complessi di sintomi, ma che, non potendo spingersi al di là della psicografia, è del tutto incapace di penetrare nella sostanza delle malattie. Occorre invece penetrare nella sostanza della malattia. A questo scopo voglio dare un’immagine che sarà utile tener presente.

Supponiamo di avere qui un corpo fisico umano, così come ci si presenta nella crescita del bambino.

Abbiamo poi la vita animica che in un certo senso emerge, sporge dal corpo fisico. La vita animica, che ci viene incontro nelle espressioni dell’anima del bambino, può essere normale o abnorme. Fondamentalmente non abbiamo alcun diritto di parlare di normalità o abnormità della vita animica infantile o umana, se non riferendoci a ciò che è “normale” nella media. L’unico criterio valido è quello comunemente in uso in una comunità benpensante. Se una tale comunità considera determinati aspetti della vita animica come ragionevoli o sensati, verrà definito “abnorme” tutto ciò che secondo quell’opinione non è “normale”. In un primo tempo non vi sono altri criteri possibili. Per questo i giudizi sono estremamente confusi e può accadere che, avendo constatato un’anormalità, si faccia tutto il possibile credendo di porvi rimedio, mentre in realtà si elimina una parte di genialità. Questo tipo di valutazione non ha molto senso, e il medico e l’educatore dovrebbero per prima cosa rifiutarla e superare l’affermazione che qualcosa sia ragionevole o sensato secondo le normali consuetudini di pensiero. Proprio in questo campo è assolutamente necessario non criticare, ma osservare le cose con chiarezza. Che cosa abbiamo in realtà nell’uomo?

Se ora lasciamo da parte la vita animica, che si manifesta solo poco per volta e di cui si interessano educatori a volte molto sospetti, abbiamo dietro la corporeità un altro elemento animico-spirituale che nel periodo tra il concepimento e la nascita scende dai mondi spirituali. La vita animica di cui si trattava finora non scende dai mondi animico-spirituali e non è esteriormente visibile per la coscienza terrestre. La voglio disegnare dietro alle altre. Quest’altra vita animica scende dall’alto e prende possesso del corpo che viene costruito secondo le leggi ereditarie dalle generazioni che si susseguono. Si presenterà dunque una malattia se questa vita animica è tale da dare origine a un fegato malato quando afferra la sostanza epatica o se, trovando nel corpo fisico e nel corpo eterico qualcosa di ereditariamente patologico, nasce una percezione di malattia. Parimenti anche ogni altro organo o complesso di organi può essere inserito in modo sbagliato in ciò che scende dal cosmo animico-spirituale. Solo quando è avvenuto il collegamento tra ciò che scende dall’alto e ciò che è ereditato, quando si è formato il complesso animico-corporeo, nasce come immagine riflessa la nostra vita animica, articolata in pensare, sentire e volere (violetto) che sono solo immagini riflesse che si spengono quando ci addormentiamo. La vita animica durevole si trova dietro ad essi, provenendo dall’alto dopo aver attraversato le ripetute vite terrene, e risiede all’interno dell’organizzazione corporea. In che modo vi risiede?

Esaminiamo per prima cosa l’uomo nella sua triplice articolazione: il sistema nervoso, il sistema ritmico e il sistema del ricambio e delle membra. Schematizzando, pensiamo il sistema dei nervi e dei sensi come localizzato principalmente nella testa e indichiamolo quindi come sistema della testa; questo vale soprattutto nell’infanzia, quando la componente costruttiva del sistema dei nervi e dei sensi parte dalla testa per agire in tutto l’organismo. Il sistema dei nervi e dei sensi, localizzato nel capo, è un sistema sintetico.

Affermando che è sintetico intendo dire che riassume tutte le attività dell’organismo. Infatti nella testa è contenuto in un certo modo tutto l’uomo. Come è noto, l’attività epatica (e si dovrebbe parlare solo di attività, dato che il fegato visibile risulta dalla fissazione del processo epatico) si svolge del tutto nell’addome.

Ma ad ogni complesso di funzioni corrisponde un’attività a livello del capo. Faccio uno schema alla lavagna: qui vi è l’attività epatica. Ad essa corrisponde nell’uomo una certa attività nella testa, nel cervello. Il fegato nell’addome è relativamente separato dagli altri organi, dai reni, dallo stomaco e così via. Tutto finisce nel cervello, vi confluiscono l’attività del fegato e tutte le attività organiche, e così il capo è il grande raccoglitore di tutto ciò che si svolge nell’organismo. Attraverso questa attività sintetica si provoca un processo di distruzione, si ha una precipitazione di sostanza. Se a livello del capo abbiamo un processo sintetico, in tutto il restante organismo e in particolare nel sistema del ricambio e delle membra abbiamo un processo analitico. Qui, al contrario che nella testa, tutto viene tenuto separato. Se nella testa l’attività renale si svolge assieme a quella intestinale, nel restante organismo tutto viene invece distinto, e possiamo dunque affermare, volendo proseguire il nostro schema, che ad esempio l’attività epatica e quella gastrica qui sono separate; nella testa tutto confluisce, tutto è sintesi. 

Ora questa confluenza, questa attività sintetica della testa, che si svolge di pari passo con una precipitazione di sostanza simile a una pioggia, sta essenzialmente alla base di ogni attività di pensiero. Affinché l’uomo possa pensare, possa uscire da sé e mettersi in attività, ciò che proviene dall’animico-spirituale deve ricevere verso la testa la funzione riassuntiva e tramite essa articolare sinteticamente la sostanza ereditaria.

Nella sostanza ereditaria così articolata si può vedere uno specchio. Abbiamo dunque questi fatti: quando con la discesa dell’animico-spirituale si ha l’organizzazione sintetica della sostanza, la testa diventa uno specchio in cui si riflette il mondo esterno, e così si produce l’attività di pensiero che osserviamo di solito.

Dobbiamo dunque distinguere due funzioni pensanti, una non percepibile, che costruisce il cervello ed è duratura, l’altra che non è reale, che è solo riflessa, che viene spenta all’addormentarsi e cessa quando non si pensa. Un’altra parte di ciò che discende dall’animico-spirituale costruisce analiticamente il sistema del ricambio e delle membra, costruisce gli organi che si separano gli uni dagli altri, che sono dotati di contorni ben distinti. Se ora esaminiamo il corpo intero con i suoi singoli contorni ben netti, vi troviamo il fegato, il polmone, il cuore, in breve gli organi con cui è connesso il sistema del ricambio e delle membra; il sistema ritmico non si vede, tutto ciò che è occupato da sostanza fisica appartiene al sistema del ricambio e delle membra, anche ciò che vediamo del cervello è metabolismo. Questi singoli organi costruiti analiticamente stanno alla base dell’intera vita volitiva umana, come l’attività sintetica è posta a fondamento del pensiero. Tutti gli organi esistenti stanno alla base della vita della volontà.

Consideriamo ora un uomo già piuttosto adulto. Che cosa è accaduto in lui durante la vita terrena trascorsa?

Probabilmente al compimento del settimo anno ha avuto la seconda dentizione, all’età di quattordici anni ha raggiunto la maturità sessuale e compiendo i ventun anni ha realizzato il consolidamento della sua vita animica. Se vogliamo capire lo sviluppo infantile in generale, dobbiamo distinguere nettamente tra loro il corpo di un bambino che ha già cambiato i denti da latte e il corpo di uno che non l’ha ancora fatto. Ciò che nel cambio dei denti si ha come esempio molto significativo, avviene di continuo. Anno dopo anno il corpo viene cambiato. Noi respingiamo continuamente il nostro organismo verso l’esterno in una corrente centrifuga. Ne consegue che il nostro corpo viene in effetti rinnovato del tutto ogni sette o otto anni.

Il rinnovamento è di particolare importanza nell’epoca del cambio dei denti, intorno al settimo anno. Infatti il corpo che portiamo dalla nascita fino a quell’epoca è in un certo senso solo un modello che assumiamo dall’esterno, dai genitori. Contiene le forze ereditarie, attraverso le quali gli antenati prendono parte alla sua costruzione. Nel corso dei primi sette anni respingiamo questo corpo e se ne forma uno del tutto nuovo. Ciò che il bambino indossa dopo il cambio dei denti non viene costruito attraverso le forze dell’ereditarietà, ma esclusivamente a partire dall’animico-spirituale che discende dall’alto. Portiamo con noi la sostanza del corpo ereditario solo fino al cambio dei denti, e respingendola costruiamo un corpo nuovo con la nostra individualità. Abbiamo il nostro organismo vero e proprio solo a partire dal cambio dei denti. Il corpo ereditario viene utilizzato come modello, e la vita animico-spirituale, a seconda della sua maggiore o minore forza, avrà più facilità a procedere individualmente contro la conformazione ereditaria, oppure soggiacerà ad essa e dovrà formare il secondo corpo simile al primo trasmesso dai genitori.

Ciò che viene esposto di solito nella teoria dell’ereditarietà è una sciocchezza: le leggi della crescita fino al cambio dei denti vengono semplicemente fatte proseguire fino a vita avanzata. In realtà ciò che ha carattere ereditario non va oltre il cambio dei denti; da qui in poi ne prende possesso l’individualità e forma il secondo corpo.

Soprattutto nel bambino dobbiamo perciò distinguere il corpo ereditario dal corpo individuale che gli fa seguito. Quest’ultimo va formandosi a poco a poco, e possiamo chiamarlo il vero corpo della personalità umana. Nell’età compresa tra il settimo e il quattordicesimo anno assistiamo al lavoro più intenso di cui l’individualità è capace: essa può superare le forze ereditarie e in tal caso avremo una persona che dalla seconda dentizione in poi darà prova di essersene liberata, oppure può soggiacere del tutto ad esse, a ciò che è contenuto nel modello, e questo lo possiamo notare chiaramente e ne dobbiamo tenere conto come educatori.

In questo caso la somiglianza ereditaria con i genitori si prolunga semplicemente oltre il settimo anno. Questo dipende dall’individualità e non dalle forze ereditarie. Se qualcuno mi presenta un oggetto affinché io come pittore ne faccia una copia fedele, e io invece lo modifico di molto, non posso dire che la mia pittura sia stata prodotta da quel tale. Altrettanto poco possiamo affermare di aver ricevuto per ereditarietà il corpo che portiamo dopo il settimo anno. Dobbiamo avere sempre ben presenti questi fatti e sapere con quanta forza agisca l’individualità in questo o in quel caso. Tra il settimo e il quattordicesimo anno l’essere umano attraversa processi di crescita e di sviluppo che portano ad espressione nel modo più intenso possibile la sua individualità proveniente dall’alto. Perciò l’essere umano è in questo periodo piuttosto chiuso rispetto al mondo esterno.

Proprio in quest’epoca abbiamo la possibilità di osservare il meraviglioso dispiegamento delle forze individuali. Se prolungassimo questo sviluppo ed entrassimo solo con esso nella vita successiva, diventeremmo degli esseri molto ostili, saremmo ottusi nei confronti del mondo esterno.

Ma in questo periodo l’essere umano si costruisce già il suo terzo corpo, che fa la sua apparizione con la maturità sessuale. Esso viene formato tenendo in considerazione le forze dell’ambiente terrestre. La relazione tra i sessi che ora si manifesta non è tutto; il darle troppa importanza è solo la conseguenza delle nostre concezioni materialistiche. In realtà tutte le relazioni con il mondo esterno che hanno inizio con la maturità sessuale hanno fondamentalmente la stessa natura. Bisognerebbe quindi parlare di una maturità terrestre, e non sessuale, che comprenda la maturità dei sensi, del respiro e, come sottodivisione, anche quella sessuale.

Questa è la situazione reale. Ora l’uomo raggiunge la maturità terrestre, assume di nuovo in sé ciò che gli è estraneo, acquista la capacità di non essere ottuso verso il mondo circostante, di riportarne delle impressioni, mentre prima non veniva impressionato né dall’altro sesso, né dall’ambiente. Ora dunque l’uomo forma il suo terzo corpo che agisce fino all’inizio dei vent’anni.

Ciò che è disceso dai mondi spirituali ha già concluso una prima fase con il cambio dei denti, ha svolto la sua azione nei primi sette anni e poi fino al ventesimo anno. Ha preso forma negli organi e ha reso l’uomo maturo come individualità per l’esistenza terrestre. Se ora compare nella vita animica una qualsiasi anormalità che viene riflessa dagli organi a mano a mano che vengono costruiti e che è condizionata dall’intero sviluppo, si tratta di una reale abnormità animica. Se invece si manifesta un’anomalia nel fegato o in un altro organo dopo il ventunesimo anno, quando gli organi hanno già raggiunto un ampio grado di autonomia, la volontà nel suo aspetto animico può mantenersi indipendente da essi. Questo è sempre meno possibile quanto più si va indietro nell’infanzia. 

Nell’adulto, dato che gli organi hanno già una direzione determinata, la vita animica diviene relativamente autonoma, e una malattia organica subentrante, non agendo con tanta forza sulla vita dell’anima, può essere curata come tale. Nel bambino tutto agisce ancora congiuntamente; un organo malato spinge ancora la sua azione fin nella vita animica con piena efficacia.

Le malattie odierne, quelle che vengono diagnosticate di solito dalla patologia attuale, sono le più grossolane. Le malattie più sottili non sono accessibili all’istologia perché si trovano nella componente liquida che pervade un organo, come ad esempio il fegato, nel movimento dei liquidi e persino delle sostanze aeriformi che compenetrano il fegato stesso. Anche la compenetrazione di calore di un tale organo ha un’importanza del tutto particolare per la vita animica.

Quando ci si trovi di fronte a un difetto della volontà nell’infanzia, bisogna anzitutto domandarsi con quale organo, con quale degenerazione o malattia organica sia connesso. Questa è la domanda più importante.

Un difetto di pensiero non ha un’importanza altrettanto estrema. La maggior parte dei difetti riguardano proprio la volontà; anche quando si abbia un’anomalia nel pensiero bisogna osservare con cura fino a che punto non si tratti di un difetto della volontà. Quando infatti si pensa troppo in fretta o troppo lentamente, i pensieri possono essere del tutto giusti, mentre è solo la volontà, che opera nelle connessioni, ad essere difettosa. Bisogna osservare fino a che grado sia implicata la volontà. Si può constatare un’anomalia di pensiero vera e propria solo quando compaiono deformazioni dei pensieri o illusioni sensoriali indipendenti dalla volontà. Esse sorgono in modo del tutto inconscio nell’atteggiarsi verso il mondo esterno, e l’immagine rappresentata diviene essa stessa irregolare. Oppure abbiamo rappresentazioni coatte, e il fatto stesso che siano tali le pone al di fuori della volontà. 

E dunque importante soprattutto distinguere se si tratti di un difetto della volontà o del pensiero. Le anomalie di pensiero rientrano quasi sempre nel campo della terapia medica vera e propria. Nell’educazione di bambini dallo sviluppo incompleto si ha a che fare per lo più con difetti della volontà.

Si rifletta ora su come l’intero essere umano partecipi al proprio sviluppo. Lo si può stimare da ciò che è stato addotto su questo argomento. Prendiamo solo i primi sette anni di vita, in cui i difetti ereditari possono presentarsi in maniera caratteristica.

Un difetto ereditario del genere non va considerato con orrore come fa la scienza odierna; non ci colpisce a caso, ma come necessità karmica. A causa della nostra ignoranza, nei mondi spirituali scegliamo un corpo difettoso nella linea delle generazioni.

Dove si presentano forze ereditarie difettose, esisteva prima del concepimento un’ignoranza riguardo all’organizzazione umana.

Prima di scendere sulla terra bisogna infatti conoscere con esattezza l’organismo umano, altrimenti non si può entrare in esso nel modo giusto nei primi sette anni e trasformarlo poi come si conviene. Le conoscenze sull’organizzazione interna acquisite nel periodo tra morte e nuova nascita sono immense, se paragonate a quel pochino di sapere esteriore conquistato dalla fisiologia e dall’istologia del giorno d’oggi. L’altro sapere invece, che si immerge poi nel corpo e proprio per questo viene dimenticato, non si volge al mondo esterno attraverso i sensi. E un sapere smisurato. Esso però viene danneggiato se in una vita terrena non sviluppiamo alcun interesse per il mondo che ci circonda o se il nostro interesse è stato ostacolato. Immaginiamo che un’epoca della civiltà tenga gli uomini rinchiusi in locali dal mattino alla sera, di modo che non possano avere interesse per il mondo esterno. Come agirebbe una civiltà siffatta?

Essa escluderebbe la conoscenza del mondo esterno. Quando una persona oltrepassa la morte in questo stato di esclusione, e poche sono le premesse che porta con sé nei mondi spirituali per imparare a conoscere l’organismo umano in quei mondi in cui tutto è contenuto, allora quella persona scenderà sulla terra con minori conoscenze rispetto a chi si è conquistato uno sguardo aperto per il suo ambiente. L’altro mistero è che andando per il mondo, ad esempio per un giorno, si crede di aver fatto qualcosa di poco conto. Lo è per la coscienza ordinaria, ma non invece per ciò che l’inconscio forma nella coscienza ordinaria. Andando anche solo un giorno per il mondo e osservandolo con attenzione, poniamo già le premesse per la conoscenza dell’interno dell’uomo. Il mondo esterno nella vita terrena è mondo interno spirituale nella vita ultraterrena.

Parleremo ancora degli effetti della nostra civiltà e di come influiscano sulla comparsa di bambini minorati. Le persone che oggi vivono isolate dal mondo scenderanno un giorno sulla terra senza conoscere l’organismo umano e si sceglieranno antenati che altrimenti rimarrebbero sterili. Vengono quindi scelte proprio le persone che possono fornire solo corpi cattivi, mentre quelle che possono dare corpi buoni rimangono sterili. Il ricostituirsi di una discendenza dipende in effetti dall’intera evoluzione di un’epoca.

Osservando un bambino, dobbiamo vedere quanto viva in esso della vita terrena precedente. Bisogna capire perché si scelga organi malati per forze ereditarie e perché si introduca in un corpo del genere con un’individualità incompletamente sviluppata.

Pensiamo a quante possibilità si aprano al bambino fino al cambio dei denti perché ciò che discende dall’alto non sempre è adeguato a ciò che è presente. Vi è la possibilità per esempio che un bambino disponga di un buon modello con un fegato ben conformato. Se però l’individualità è incapace di capire ciò che vi sta dentro, lo riprodurrà in modo incompleto nella seconda epoca della vita e ne risulterà un difetto della volontà molto significativo.

Proprio in questo caso, quando il fegato venga riprodotto in modo incompleto sulla base del suo modello, avremo un difetto della volontà che si manifesta nel fatto che il bambino non passa ad eseguire quello che vuole, perché la volontà si arresta nel pensiero. Subito dopo aver iniziato qualcosa, il bambino comincia a volere qualcos’altro, e la sua volontà si intoppa. Il punto cruciale è infatti che il fegato umano non è solo l’organo descritto dalla fisiologia odierna, ma è soprattutto l’organo che dà all’uomo il coraggio di portare davvero a compimento un’azione pensata. Può accadere dunque che una persona con un’organizzazione difettosa sappia per esempio di dover andare a Basilea, ma all’ultimo minuto non riesca a salire sul tram perché qualcosa la trattiene!

Un intoppo della volontà può manifestarsi a volte in modo ben strano. Ma quando avviene qualcosa di simile, ci troviamo sempre di fronte a un sottile difetto del fegato. Attraverso quest’organo i nostri propositi vengono convertiti nelle azioni compiute dagli arti. Ogni organo serve a convertire qualcosa. Mi è stato raccontato che un certo giovanotto aveva davvero questa malattia e che quando era nei pressi di un tram, d’improvviso si fermava e non saliva. Nessuno sapeva perché si comportasse così, nemmeno lui.

Si fermava, la sua volontà si inceppava. Che cosa si presentava in questo caso? Qualcosa di molto complicato. Il padre della persona in questione era filosofo. Egli raggruppava stranamente le facoltà animiche in rappresentazioni, giudizi e forze di simpatia ed antipatia e non annoverava mai tra le forze dell’anima la volontà, la escludeva dal novero delle forze animiche. Quest’uomo però voleva essere onesto e concedere solo quello che si manifestava alla coscienza. Si era spinto tanto avanti che gli divenne del tutto naturale non avere alcuna rappresentazione della volontà. Ora egli ebbe un figlio in età relativamente avanzata.

Attraverso il suo perenne non pensare alla volontà introdusse nel fegato la disposizione a non convertire in atti le intenzioni soggettive. Ciò comparve nel figlio come malattia. Qui si vede perché l’individualità del figlio si scelse proprio quel padre: non sapeva che cosa farsene dell’organizzazione interna del fegato. Perciò si scelse una costituzione che gli permettesse di non doversi sforzare nei confronti del fegato. Infatti, al fegato mancava proprio la funzione che quella persona non aveva portato con sé scendendo dai mondi spirituali.

Vediamo dunque che bisogna anche penetrare con lo sguardo in modo singolare nel karma, volendo capire il bambino.

Questo volevo dire oggi per iniziare; e domani proseguiremo alla stessa ora.

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